A febbraio, Andrej Karpathy — cofondatore di OpenAI ed ex direttore AI di Tesla — ha postato su X (Twitter) un pensiero che, forse senza volerlo, ha dato il nome a un nuovo approccio alla programmazione. Il post recitava così:
“C’è un nuovo tipo di coding che chiamo vibe coding, dove ti lasci trasportare dalle vibrazioni, abbracci l’esponenziale, e dimentichi che il codice esiste. Sto costruendo un progetto o una web app, ma non è proprio coding: vedo cose, dico cose, eseguo cose, faccio copia-incolla… e funziona.”
Andrej Karpathy
Da lì in poi il concetto è esploso: tweet virali, discussioni tra sviluppatori, articoli, meme, entusiasmo e anche un po’ di scetticismo. Ma cosa significa davvero “vibe coding”? A chi serve? E soprattutto: può essere utile (o pericoloso) per chi sviluppa sul serio?
Cos’è davvero il vibe coding?
Nonostante il nome sia nuovo, la tecnologia dietro il vibe coding non lo è. Da anni strumenti come ChatGPT, Claude o Gemini aiutano a generare codice. Ma è con l’arrivo di AI coding assistant specializzati (come Cursor Chat o GitHub Copilot) che questo approccio ha preso davvero forma.
Con questi strumenti, puoi creare componenti, moduli, intere pagine web o piccoli giochi semplicemente descrivendo cosa vuoi ottenere. L’AI capisce, genera codice, propone fix in tempo reale e ti accompagna lungo tutto il processo.
Come ha detto Barron Webster, designer di interfacce per Sandbar:
“Gli strumenti di completamento automatico stanno diventando sempre più bravi. All’inizio completavano una riga, ora possono riscrivere un file intero o creare un nuovo componente da zero.”
Barron Webster
Ma quindi basta chattare con l'AI
Non esattamente. Il vibe coding non è semplicemente usare l’AI per scrivere codice. È una filosofia: devi lasciarti andare, non correggere ogni singola riga, non cercare di avere il controllo totale. Accetti l’imperfezione, segui il flusso creativo, copi e incolli suggerimenti e fix, e ti fidi del fatto che — in qualche modo — la cosa funzionerà.
Karpathy stesso dice che quando riceve un errore lo incolla di nuovo nel prompt senza pensarci troppo. Se l’AI non riesce a risolvere un bug? Chiede modifiche casuali finché non sparisce.
È un po’ come freestyle coding. Non lineare. Non perfetto. Ma incredibilmente creativo.
Chi dovrebbe usare il Vibe Coding?
Secondo Tobin South del MIT Media Lab, ci sono due profili ideali per questa pratica:
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Chi sa già programmare e vuole velocizzare lo sviluppo di progetti personali o prototipi, lasciando all’AI i compiti noiosi o ripetitivi.
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Chi non sa programmare, ma ha un’idea e vuole trasformarla in qualcosa di concreto.
Per entrambi i casi, il vibe coding abbassa drasticamente le barriere di accesso allo sviluppo software. In pochi minuti puoi tirare su un sito, una web app, un gioco, senza perdere settimane in documentazione o setup iniziali.
Ma funziona davvero?
Dipende da cosa stai costruendo.
Se stai creando un mini tool, un progetto personale o qualcosa che non gestisce dati sensibili, allora sì: il vibe coding è perfetto per prototipare, sperimentare, divertirsi.
Ma se vuoi costruire qualcosa di serio, che gestisce database, utenti, sicurezza, autenticazione… allora attenzione. Gli LLM (large language models) che stanno dietro questi strumenti non garantiscono codice sicuro o privo di bug critici.
Un esempio? Un utente su X (non sviluppatore) ha creato una SaaS interamente con Cursor e l’ha condivisa pubblicamente. In poche ore è stato preso di mira da utenti che ne hanno smontato la sicurezza. Ha dovuto sospendere tutto e ritirarsi dalla scena.
Come ha detto giustamente Sergey Tselovalnikov (ingegnere di Canva):
“Il vibe coding può portare a molti errori. Ma in un ambiente di test, come un giochino o una micro-app, non ha molta importanza. Per progetti più grandi invece… io starei attento.”
Sergey Tselovalnikov
Il futuro del Vibe Coding
Nonostante i limiti, il vibe coding rappresenta qualcosa di importante: una nuova frontiera dell’accessibilità allo sviluppo software.
Gli assistenti AI continueranno a migliorare. Le piattaforme di hosting integreranno strumenti sempre più intelligenti. E il costo per creare software, in termini di tempo e competenze, continuerà a crollare.
In altre parole: se hai un’idea, oggi puoi realizzarla in un pomeriggio. Non sarà perfetta, ma esisterà.
E questo, nel mondo dello sviluppo, è già un grande passo avanti.
Io stesso uso spesso il vibe coding per piccoli esperimenti o MVP. È come jam session con l’AI: accendi, chiedi, incolli, modifichi, testi. A volte sembra magia. Altre volte un disastro. Ma in ogni caso… impari qualcosa di nuovo.
Antonio Baldoni
Se vuoi mettere subito in pratica il vibe coding e provare a creare qualcosa di concreto seguendo questo approccio creativo e assistito dall’AI, ti consiglio di dare un’occhiata a questo articolo: Esercizi pratici di Vibe Coding. Troverai una serie di mini-progetti guidati — da semplici web app a tool interattivi — pensati per allenare il tuo flow con l’AI e sperimentare senza paura.



